Il cittadino esule e il cittadino pigro

L’esilio volontario dalla sfera pubblica cui si consacrano molti cittadini non è certo una novità, è la pratica comune di chi sceglie la strada dell’ignoranza, ossia di ” ignorare determinate cose, per non essersene mai occupato o per non averne avuto notizia” (Treccani).  Il cittadino esule è colui o colei che sceglie deliberatamente di non informarsi, di escludersi dal dibattito, di non sapere o forse sapere appena, per sentito dire. Tali personaggi non pensano di fare male ad alcuno: scelgono di tutelarsi ignorando la marmaglia confusa di vita pubblica che giunge alle loro orecchie, preferendo tapparle e lasciar fare ad altri; l’isolazionismo è per loro virtù, meglio non sapere, tanto non ci si può far niente, tanto chi decide è sopra tutto e tutti. Il secondo personaggio è il cittadino pigro, che si accontenta di leggere i titoli dei giornali o degli articoli che passano in rete, magari il post dell’amico, non controlla le fonti o è troppo pigro per differenziarle. Questi personaggi si fanno un’idea superficiale delle cose, effettuano deliberazioni epidermiche, ripetono a memoria i tormentoni promozionali dei politici. E insieme ai cittadini esuli, incarnano la crisi culturale del nostro tempo.

Capita poi che il cittadino pigro, e perfino l’esule che si desta dal torpore, scelgano di andare a votare, rendendo così un disservizio alla nostra società e al corretto funzionamento del sistema democratico. All’interno di una democrazia ideale tutti i soggetti con diritto di voto disporrebbero di tutte le informazioni necessarie ad esercitare la loro scelta in maniera perfettamente consapevole e ponderata, ma tale modello ideale non può esistere (è ‘ideale’). Ricordiamo inoltre a noi stessi che siamo ‘Umani’ non ‘Econi’, nelle parole del premio Nobel Richard Thaler, e oggi sappiamo che utilizziamo una notevole varietà di euristiche, che tendiamo a cercare informazioni dirigendoci verso le opinioni più affini alle nostre (il bias di conferma), e che ci è impossibile disporre a pieno di una classificazione organizzata e perfettamente razionale di tutte le informazioni perché non siamo homo œconomicus. Tuttavia, noi tutti, siamo in grado di impegnarci – a diversi livelli di approfondimento e secondo le diverse disponibilità di tempo in una società che corre veloce – esponendoci quotidianamente ad articoli di giornali e telegiornali, variando magari fra le diverse fonti nazionali, fra emittenti televisive e testate, talvolta se possibile estere per osservare come ci osservano gli altri. Si dovrebbe apprendere a farlo, perché nella catastrofe di una cittadinanza non virtuosa disinteressata al crescente garbuglio politico ed economico, manca il collegamento mentale con l’importanza di un atto di cittadinanza ragionato, manca una fondamentale educazione al dovere morale di contribuire alla sopravvivenza e al miglioramento del sistema sociale e democratico di cui si è parte.

Ricordo il senso opprimente di responsabilità che sempre mi ha accompagnato i giorni di apertura delle urne, come se dal mio singolo voto dipendessero le sorti di un paese; ma era questa importanza assegnata all’atto che mi spingeva i giorni precedenti ad investigare, affamata di informazioni che illuminassero la mia presa di posizione con un senso di evidenza e validità. E lo stesso senso di responsabilità, mi spinge a voler comprendere i fenomeni al di là delle semplificazioni che ci offrono i politici con le loro frasette studiate e i tweet, al di là del calendario mediatico dei telegiornali che impongono l’attenzione su un pugno di notizie. Il fallimento dei partiti tradizionali sta anche nell’incapacità di educare, nel non puntare sul settore culturale che dovrebbe essere uno degli aspetti più fondamentali per la qualità della nostra sfera pubblica e sociale. Tale fallimento ha permesso a movimenti politici populisti di prosperare fra popoli europei impazienti ed economicamente esasperati, in attesa di essere guidati da leader carismatici dalle parole salvifiche. Ma ciò non assolve il popolo: il rovinoso stato politico ed economico del nostro paese, è anche colpa nostra.

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